Nessuna sorpresa finale. Ieri si è conclusa esattamente come è iniziata (e così sviluppata) una delle sessioni di mercato più complicate e, allo stesso tempo rischiose, della storia del Napoli di De Laurentiis. Un’estate povera di movimenti, nel quale le maggiori spese arrivano dai riscatti di elementi già presenti in rosa come Hojlund, Alisson Santos, Milinkovic-Savic, ecc. Le difficoltà nello sfoltire una rosa piena di esuberi, di gestire le liste e del rispetto del parametro del costo del lavoro allargato (o CLA) hanno immediatamente lasciato presagire a tre mesi assai faticosi, in cui raramente si sarebbe intervenuti in entrata.

Ma, ad un quadro generale non semplice, si aggiunge una precisa scelta della società: mantenere in blocco il gruppo storico dei due scudetti, cercando di integrare maggiormente gli acquisti dello scorso dispendioso mercato estivo. Un azzardo vero e proprio, visto che la rosa già sotto la guida di Conte aveva mostrato segnali preoccupanti di essere arrivata a fine corsa.

Per parlare di quest’estate, bisogna però partire dal primo punto focale della storia: Massimiliano Allegri. La dirigenza, dopo un biennio contiano che ha visto sì vittorie ma anche grandi spese, ha optato per una scelta conservativa. Il livornese può garantire sia una certa continuità tattica, sia sfiammare un ambiente estenuato dai metodi di Conte. Dunque, l’idea è chiara: valorizzare la già forte base a disposizione, e recuperare quei calciatori che non hanno reso nell’ultima stagione. L’ingaggio di un tecnico come Italiano avrebbe invece implicato un cambio radicale di filosofia, e con esso maggiori movimenti sul mercato. Un’idea che sarebbe stata stimolante, ma forse non sostenibile per le casse del club.

Fin dai primi giorni, De Laurentiis e Manna hanno parlato di: “Vendere prima di comprare” e di “Avere una squadra già all’altezza”. Affermazioni arrivate in più occasioni e conferenze. Detto fatto, gli arrivi sono stati pochi e mirati a risolvere perlopiù delle chiare emergenze. L’acquisto di Favasuli dal Catanzaro (1 milione di prestito più 6 di riscatto a cui si aggiunge uno di bonus) è servito a fornire ad Allegri di un sostituto di Di Lorenzo, una delle carenze della rosa. L’altro arrivo significativo è quello di Benoit Badiashile dal Chelsea (3 milioni per il prestito e 27 di diritto di riscatto), utile per sopperire all’assenza prolungata di Buongiorno. A questi, si aggiungono i colpi in prospettiva di Mattia Esposito dal Sorrento (girato al Bari) e dal Sion del 2005 Dinis Rodrigues (girato all’Eldense). Un mercato – prevedibilmente – mirato al risparmio, come già preventivato.

Il lavoro più significativo si è registrato nelle uscite. Il Ds Manna ha dovuto piazzare un’enormità di giocatori in prestito. Tra questi, i vari Mazzocchi, Ngonge. Lindstrom, Cajuste, a cui si aggiungono elementi di prospettiva come Rao. In tutto ciò, sono state messe a segno delle uscite a titolo definitivo (Lukaku, Cheddira, Zerbin, Hasa). Un compito per nulla semplice, ma portato comunque a termine, e per cui vanno riconosciuti dei meriti al dirigente, al netto di qualche risultato non pienamente convincente.

Ora però, bisogna toccare i tasti dolenti. La società, complici i problemi legati alle liste, non è riuscita a chiudere per un attaccante, l’unica vera richiesta di Allegri. Veder sfilare i diversi obiettivi (Jackson, Guiu, Gabriel Jesus e per ultimo Woltemade) non può che provocare insoddisfazione. L’altro errore è la cessione mancante: quella di Miguel Gutierrez. Lo spagnolo non aveva manifestato malumori, ed è stato lasciato al miglior offerente, in questo caso il Bayer Leverkusen (30 milioni di euro). Arrivato dal Girona nell’estate precedente, lo spagnolo avrebbe dovuto far parte del Napoli del futuro. Invece, dopo una stagione tutto sommato buona, si è optato per monetizzare subito. Una partenza che, tra le altre cose, non ha smosso particolarmente da un punto di vista delle operazioni in entrata. A questi, si aggiunge il mancato rinnovo di Scott McTominay. Una firma che, al netto di tutto, sarebbe dovuta arrivare in quest’estate.

Ciò che però determinerà la riuscita o meno di questa sessione (e di tutto il progetto Allegri) è la scommessa principale: puntare sui calciatori già in rosa. Nella serata della conferenza stampa d’addio di Antonio Conte, Aurelio De Laurentiis dichiarò che senza gli oltre 40 infortuni il Napoli avrebbe vinto nuovamente lo scudetto. Un’affermazione che non ha trovato concorde il tecnico leccese, che ha invece sottolineato i meriti degli uomini di Chivu. Anzi, ha poi proseguito dicendo che senza quegli stop forzati, gli azzurri avrebbero rischiato di rimanere fuori dai primi quattro posti, perché a detta sua hanno compattato l’ambiente e permesso di scoprire nuovi talenti. Una lettura preoccupante, che lascia pensare ad una squadra arrivata a fine corsa e che abbia bisogno di essere rinnovata in blocco. Ora, c’è da capire quale delle due linee sia quella più vicina alla realtà.

Da un lato, lo scenario presentato dal tecnico non può significare necessariamente che la squadra sia a fine ciclo. Può anche darsi che la risposta stia nel fatto che il gruppo, alla lunga, non abbia più digerito i suoi metodi, giocando poi più rilassata nel finale di stagione conscia di aver raggiunto il traguardo Champions. Alcuni malumori erano chiaramente percepibili dall’atteggiamento di alcuni giocatori, oltre che nelle loro dichiarazioni. Fosse questa la risposta più verosimile, la società avrebbe fatto bingo. La scelta di Allegri sarebbe così azzeccata, e consentirebbe al gruppo di recuperare calma e motivazioni. Magari non sarà un anno da scudetto, ma da prime quattro posizioni sì. E, nell’eventualità, potrebbe arrivare un miglior cammino in Europa.

Dall’altro, guardando al campo, Conte sembra non avere tutti i torti. Le prestazioni degli azzurri nella scorsa stagione hanno lasciato il ritratto di una squadra più stanca, svogliata e in avanti con l’età. In uno scenario simile, gli infortuni possono penalizzare fino ad un certo punto. In particolar modo, quando si tratta della difficoltà nello stravolgere una gara con i cambi (esempio su tutti Napoli-Chelsea 2-3, dove i Blues cambiarono le sorti del match attingendo alla panchina). Le prime due uscite dell’era Allegri sembrano far propendere per questa opzione: il Napoli, più che nel gioco o nelle prestazioni, è apparso deleterio come gruppo, nello spirito. Potrebbe anche trattarsi di semplice rodaggio di inizio stagione, ma è inevitabile che quelle parole di fine maggio risuonino con più forza. Fosse questa la “verità”, la società avrebbe commesso un enorme autogol, e la sola qualificazione alla Champions sarebbe decisamente complicata.

Non è certamente il momento di fare processi (e di mettere Allegri sulla graticola), ma è giusto chiedersi: ha senso insistere così tanto in un gruppo? Sembrano lontani gli anni della società capace di dare il ben servito ad elementi come Hamsik e Mertens perché si è ritenuto ultimato il loro percorso, preferendo insistere sulla continuità progettuale. Dalla vittoria del terzo scudetto in poi, si è optato per la riconoscenza – a tratti anche eccessiva – tralasciando diversi temi sul tavolo (vedasi Kvaratskhelia).

Può il Napoli, una società che non ha la possibilità di ricapitalizzare come altre, permettersi un tipo di gestione che porterà inevitabilmente il monte ingaggi a lievitare e a monetizzare meno dalle cessioni? Un’uscita fuori traccia che deve però aprire ad una riflessione. E P.S., in questa sessione di mercato gli azzurri hanno registrato un saldo negativo di 17,15 milioni di euro (54,05 di incasso, 71,20 spesi). Ai lettori le dovute conclusioni.