Quello attuale è uno dei periodi più floridi in assoluto per lo sport italiano. Nel corso degli ultimi anni, l’Italia ha visto primeggiare diversi sportivi ai massimi livelli. Su tutti, spunta il nome di Jannik Sinner, capace di affermarsi come uno dei migliori tennisti al mondo. C’è un’Italia che sta dicendo la sua nei motori, e che al momento vede davanti a tutti Andrea Kimi Antonelli e Marco Bezzecchi rispettivamente sulle quattro e sulle due ruote. A questi, si aggiungono atleti formidabili come i due ori olimpici Marcell Jacobs (100 metri) e Gianmarco Tamberi (salto in alto), o ancora il prodigio del salto in lungo Mattia Furlani e Nadia Battocletti, strepitosa mezzofondista capace di giocarsela alla pari con le college dell’Africa Orientale.
C’è gloria anche negli sport di squadra. Su tutti, emerge la nazionale di volley femminile. Paola Egonu, Alessia Orro, Myriam Sylla, nomi che gli italiani hanno imparato a memoria. Merita una menzione anche l’ItalRugby, movimento in rapida crescita. Eppure, dell’Italia sportiva che fa incetta di riscontri positivi, medaglie e addirittura organizza un’Olimpiade invernale, c’è una percezione ridotta. Il perché sta nell’osservare l’altra faccia della medaglia. Quella che permette di vedere ad occhio nudo lo specchio del paese: il calcio. Forse tra tutti, il movimento più in difficoltà.
L’eliminazione dagli spareggi mondiali per conto della Bosnia-Erzegovina è l’ennesimo fallimento di un movimento che non vuol saperne di essere in declino. Questo flop può portare sulla forca diversi responsabili come il presidente Figc Gravina, i due Ct Spalletti e Gattuso, oppure Bastoni e Kean, autori degli errori tecnici più clamorosi della serata di Zenica. Ma, non è il momento di ricercare colpevoli. Il vero problema (e forse è un segreto di Pulcinella) sta a monte. Calcisticamente, l’Italia è un paese accomodato sugli allori di un passato ormai lontano. Quello che porta a considerarsi come una nobile di questo sport, nonostante gli altri si siano proiettati nella modernità.
Il confronto con i bosniaci ha parecchie similitudini con le recenti uscite delle italiane in Champions League. Cosa c’è di diverso tra l’esultare per affrontare la formazione balcanica e i sospiri di sollievo tirati per essere stati sorteggiati con Bodo Glimt e Galatasaray? Oppure ancora, riaffacciandoci all’ambiente napoletano, considerare il match decisivo con il Copenhagen come una pura formalità. Non vanno visti solo come comportamenti umani. Lo sport non premia i superbi, ma chi dimostra maggior merito sul campo. Morale della favola: il peccato della superbia non è unico della Nazionale, ma serpeggia anche tra i club.
È il risultato di un’Italia che si considera viva solo perché lo è stata in passato. Ma, quel lavoro è ormai superato e necessita di essere aggiornato. Tra l’altro, si tratta di percorsi che, ovviamente, porteranno frutti nel lungo periodo e non nell’immediato. Il Centro di Clairefontaine non è nato ieri, così come Spagna e Germania non hanno iniziato da una settimana a lavorare su principi di gioco ben definiti. Nello sport, così come nella vita, spesso tocca gettare le basi per un futuro radioso, di cui forse nemmeno si riuscirà a vedere i risultati. Un concetto che nel Bel Paese, dove si è abituati al tutto e subito, al concetto di risultato immediato, proprio non vuole essere accettato.
In Italia, un paese con una mentalità verticistica, viene interpretata male la cultura della vittoria. Il successo è tutto, l’unico fine. Senza di esso si è falliti, addirittura scherniti. Non importa come arrivi, basta che alla fine della fiera si possa alzare le braccia al cielo. C’è onore solo per chi vince, e fango per chi perde. Inutile dire che se questa mentalità parte fin dai primi momenti in cui un bambino tira dei calci ad un pallone, non c’è futuro, e non solo per quanto riguarda i destini sportivi (basti pensare a contesti come la scuola o il lavoro).
Perché si possa vincere un campionato (o anche solo ottenere un buon voto a scuola) c’è bisogno di lavoro e applicazione. Altrimenti, la soluzione sarà quella di cercare la scappatoia, ciò che può portare al successo immediato, saltando tutte le altre imprescindibili fasi. Lo sport è fatto anche di cadute, errori e mancate vittorie, che finiscono per formare per i giorni a seguire. Così come la vita. Tradotto in termini calcistici: un ragazzo ha bisogno di apprendere il coraggio, la cultura del lavoro, lo spirito di sacrifico. Va bene anche sbagliare, a patto che però dall’errore si possa trarre una nuova lezione. In Italia, a questo lavoro si preferisce la via più facile e il non imparare dagli sbagli.
Soprattutto, non va gettata di nuovo la croce addosso ai ragazzi. I giovani volenterosi di primeggiare non mancano. Quello dei bambini che non giocano per strada è un luogo comune da vendere per gettare responsabilità a degli incolpevoli. Anche in Norvegia, così come in Bosnia-Erzegovina, Svezia e Macedonia del Nord ci sono le playstation, quella dei videogiochi non può essere l’ennesima scusa. Cosa si può volere da una generazione che non ha visto un Mondiale oppure ha ricordi sbiaditi risalenti a infanzia o preadolescenza? Se le basi del lavoro sono quelle prima elencate, anche chi verrà successivamente avrà poco margine di manovra per cambiare e divenire un talento.
I campioni sportivi prima elencati sono l’esempio di come in Italia il talento sportivo non sia affatto svanito. E ognuno può portare una lezione diversa. Ad esempio, Sinner trasmette come dopo un successo il primo pensiero dev’essere il lavoro. Jacobs, Tamberi, Furlani e Battocletti che i nostri fronti sportivi sono potenzialmente illimitati. L’ItalVolley che il gioco di squadra non è voler essere protagonisti, ma esserci gli uni per gli altri. Questi successi portano la firma di giovani emersi nel periodo più buio del calcio italiano, a riprova che una programmazione può esserci. Insomma, i ragazzi non hanno visto un gol azzurro ai Mondiali, ma un oro olimpico nei 100 metri. Per un’Italia che sale, non ha paura di mostrarsi, ce n’è una che zoppica ed incapace di presentare 5 stadi per un Europeo che si giocherà nel 2032.
Chiosa finale, l’attaccamento. Tutti gli errori prima elencati hanno portato gli italiani a disaffezionarsi dalla Nazionale. Non è un caso che i bosniaci siano apparsi assai più volenterosi di raggiungere la qualificazione. Per delle selezioni “piccole” questi appuntamenti sono già motivo di gioia, e vengono vissuti come una festa. Al contrario, in Italia l’unico obiettivo è quello di non fallire nuovamente. Quasi come se questi momenti fossero d’intralcio, in attesa di un atto finale tutt’altro che dovuto. Perché si possa tornare ad alti livelli, è necessario anche ritrovare lo spirito, quello che ha contraddistinto diverse spedizioni azzurre. Altrimenti, i Mondiali saltati rischiano di essere più di tre.

