Nel gelo di Copenaghen, il Napoli ha rimediato solamente un pareggio che ha del surreale. Una partita che fin da subito ha presentato un copione ben chiaro: azzurri riversati nella metà campo avversaria, danesi dietro la linea della palla con la speranza di sfruttare una ripartenza. Un match anche approcciato bene dagli uomini di Conte, che sono riusciti a sbloccare la gara a fine primo tempo grazie all’incornata del solito McTominay. Sembra tutto apparecchiato: ospiti avanti nel punteggio e in superiorità numerica per mezzo dell’espulsione di Delaney. Quella che però sembrava una vittoria di fatto acquisita, si è trasformata nell’ennesima notte infelice di una Champions League parecchio amara.
Nel corso della ripresa, i partenopei entrano con un piglio più svogliato, alla ricerca sì del secondo gol, ma senza troppa intensità. È qui che in una discesa gli avversari riescono a procurarsi un rigore per un fallo di Buongiorno (il terzo in stagione) su Elyonoussi. Questo, sarà poi trasformato da Jordan Larsson, figlio di Henrik. Nel finale poi, nonostante gli assalti di Hojlund e compagni, il risultato non è cambiato.
Un pari che non solo complica la corsa alla Champions League del Napoli, ma che non può passare inosservato. La gara del Parken rientra infatti in un copione visto fin troppe volte nel corso di questa stagione: scarsa capacità di attaccare squadre in blocco basso e incapacità di saper fare proprie le partite. Rispetto a quanto visto nel 2024/25, i partenopei fanno fatica ad approcciare bene agli incontri e soprattutto, a portarli nel proprio verso. Una caratteristica che non può essere messa da parte guardando agli infortuni (di cui bisogna comunque tener conto) o alla condizione del giocare ogni tre giorni.
Se nell’annata del quarto scudetto si è spesso riscontrata la qualità di saper portare sulla propria lunghezza d’onda le varie sfide (considerando anche le problematiche fisiche dell’ultima parte di stagione) in questa non si può dire lo stesso. Soprattutto in Champions League dove, tolte le due vittorie contro Sporting Lisbona e Qarabag, gli azzurri non hanno mai saputo far propri i momenti della gara. Basti pensare alla scellerata gestione di Eindhoven, al pari da mangiarsi le mani contro l’Eintracht Francoforte o al deprimente ko di Lisbona. Adesso, si aggiunge il pareggio surreale di Copenaghen.
Ma sarebbe un guaio pensare che queste problematiche si siano riscontrate solo in Champions. Anche in Serie A il Napoli ha fatto fatica a portare a sé le sfide. Gli ultimi due pareggi casalinghi contro Hellas Verona e Parma ne sono la fotografia perfetta. Al netto dell’atteggiamento fin troppo leggero, gli avversari sono riusciti ad imporre agli uomini di Conte il tipo di partita che volevano: sporca, rognosa, in blocco basso. Il risultato è una squadra prevedibile e incapace di creare se non tramite palle inattive o giocate individuali. Non è un caso che uno degli uomini della svolta in un periodo così difficile sia stato proprio David Neres, tra i pochi uomini in rosa capace di trovare il guizzo vincente in situazioni di difficoltà.
C’è però un’eccezione che è solo una conferma alla regola: i big match. Al contrario di partite all’apparenza più accomodate, nelle sfide di cartello il Napoli dimostra l’esatto opposto: atteggiamento feroce e capacità di non soccombere mai. Contro l’Inter ad esempio, i partenopei sono stati fenomenali non solo nel limitare il gioco degli avversari, ma anche nel saper fare propria la partita. Si potrebbe fare lo stesso discorso per la Supercoppa Italiana o per i match contro Atalanta, Roma e Juventus, che hanno visto una squadra sfavillante. Come si può notare, il valore c’è nonostante gli infortuni, che hanno comunque un peso molto rilevante, specie perché alcune scelte di formazione sono di fatto obbligate. Ma, non sono l’unico problema da tener conto. E in una situazione come questa, fa quasi rabbia vedere una squadra incapace di attaccare una compagine inferiore in blocco basso disputare delle partite di primissimo livello.
Ora, il calendario propone due sfide che sono la cup of tea del Napoli targato 25/26: Juventus allo Stadium e Chelsea al Maradona. I bianconeri, impegnati stasera in Champions contro il Benfica, sono reduci da una sconfitta impronosticabile contro il Cagliari. Ma, rispetto alla gara del Maradona, gli uomini di Spalletti hanno fatto grossi passi in avanti. Ora che la Vecchia Signora dista quattro lunghezze, questa sfida assume dei contorni significativi sia per la lotta scudetto che per quella Champions. In caso di vittoria, gli azzurri estrometterebbero i bianconeri dalla prima, e complicherebbero maledettamente loro la seconda. Ma, una sconfitta complicherebbe ulteriormente la stagione. Ora che l’Inter dista sei lunghezze e sempra irraggiungibile, tenendo conto delle difficoltà dei partenopei, i tre punti sono cruciali anche per consolidare il quarto posto, obiettivo minimo della stagione.
I Blues invece, vivono un momento tutt’altro che semplice. La posizione in Champions League non è malvagia, ma la squadra londinese sta vivendo una stagione caotica, certificata dalle dimissioni del tecnico Enzo Maresca, non senza polemiche. Il club, affidato a Liam Rosenoir, dispone però di diversi giocatori di qualità che possono far male in gara secca. Dunque, la partita del Maradona non è da dare per scontata. In questo caso, la vittoria non solo è obbligatoria, potrebbe anche non bastare. Molto, dipenderà dai risultati di stasera, che decreteranno se il Napoli sarà padrone o meno del proprio destino.
Due sfide che cadono a pennello nell’ennesimo momento di difficoltà degli azzurri. Con un’emergenza infortuni che sembra non avere fine, e le tante problematiche di gioco e mentalità che tornano a farsi vive, serve tirar fuori un’altra reazione. Come già accaduto contro l’Inter al Maradona, nel trittico Atalanta-Roma-Juve e in Supercoppa, c’è bisogno di una nuova scossa. Queste gare non possono assolutamente essere sbagliate, in quanto decisive per la stagione. La prima, per non spegnere definitivamente la fiammella di una possibile rimonta scudetto e per mettere in cassaforte almeno uno tra i primi quattro posti. La seconda invece, per cercare di conquistare i playoff in Champions, e così provare a salvare quantomeno la faccia. Non è immaginabile che la squadra campione d’Italia non giunga nemmeno tra le prime 24 in questa competizione.
Certo, avere a disposizione gente come De Bruyne, Lukaku, Neres e Anguissa fa tanta differenza. Ma, il rendimento complessivo del Napoli dimostra che a colpire negativamente, più che l’assenza degli uomini, è il gioco prevedibile e l’approccio alle partite. L’avere poche alternative ha un suo peso specifico. Soprattutto nel momento in cui si è obbligati a non poter concedere un cambio a elementi come McTominay e Lobotka. Però, problematiche come quelle citate non possono essere risolte dai singoli, vanno sbrigate dal gruppo tutto, con un vero e proprio cambio di rotta. E al momento, più che la stanchezza, gli uomini di Conte stanno soffrendo questo tipo di difficoltà. La giocata o la presenza del singolo può sì mettere una pezza, ma non essere la panacea a tutti i mali. Contro Juventus e Chelsea serve un clic non solo temporaneo, ma di gruppo.

