Ciò che è andato in scena ieri martedì 28 aprile al Parc des Princes è un vero e proprio spot del calcio. Paris Saint-Germain e Bayern Monaco si sono sfidate al massimo delle loro potenzialità, dando vita ad un incontro spettacolare e pieno di ribaltamenti di fronte. Un manifesto della direzione che sta prendendo il calcio: duelli, uno contro uno, rapide transizioni. Una partita che può essere una vera e propria lezione per il calcio italiano. Non solo perché rappresenta ciò che manca a quasi tutte le formazioni del Bel Paese, ma anche perché racconta che la vera differenza sta in un aspetto: la mentalità.
Ad esempio, l’opinione pubblica dibatte molto sulla questione per cui un certo tipo di calcio non lo si può praticare senza interpreti di qualità. Vero, in Serie A mancano elementi del livello di Kane, Olise e Dembele, ma questi sono comunque ben inseriti in un sistema funzionale. Luis Enrique ha saputo creare una squadra corale, dove le individualità sono ben valorizzate. Stessa cosa per Kompany, che ha ridato brio ad un Bayern che al suo approdo appariva come meno lucido del solito. Il punto è: in Italia la giocata individuale è l’unica cosa alla quale ci si aggrappa. Non è l’aspetto da favorire, ma la via di fuga. Tutto va allenato, anche il saper creare le giuste condizioni per consentire ad un calciatore di poter esprimere il suo miglior potenziale.
L’altro punto è quello riguardante il risultato finale di 5-4. In Italia, ci si soffermerebbe sulle difese troppo aperte. Dinanzi a reti come quella di Luis Diaz non si può parlare di sbagli, per alcun motivo. A questo, si aggiunge la gestione del punteggio. Probabilmente, una squadra italiana sul 2-1 contro il Bayern Monaco si sarebbe abbassata, nel tentativo di mantenere il gol di vantaggio, al massimo sperare in un terzo. Oppure, sul 5-2 per il Psg, avrebbe cercato di limitare i danni, evitando di esporsi troppo e così contenere l’avversario. La mentalità offensiva ha invece consentito non solo di poter godere di un match scoppiettante, ma anche di consegnare ai francesi un attestato di forza, che li proietta nuovamente come la grande favorita. Ai tedeschi invece, la possibilità di poter ribaltare tutto in casa, senza dover inventare rimonte clamorose.
Oggi il calcio non può essere solamente speculativo. In ambito europeo si vince rimanendo offensivi, cercando di vincere i duelli, non ragionando come se si stesse giocando a scacchi. Le migliori squadre dispongono di calciatori capaci di prevalere negli uno contro uno, mentre in Italia la mentalità porta ad evitare di perderli. Ecco che si rinuncia a giocatori di qualità in favore di altri che possano garantire più equilibrio. Una ricetta ormai vecchia, visto che anche i fuoriclasse tendono a dare la propria mano in copertura. Non schiacciandosi in area di rigore, ma con un pressing ben organizzato che permette loro di risparmiare energie. Il tatticismo può portare delle vittorie insperate, ma non può essere la soluzione. Va legato alla singola situazione, non reso un aspetto perpetuo.
Infine, quello che è forse il punto principale: la pressione. A Parigi, ha brillato più di tutti l’ex Napoli Khvicha Kvaratskhelia, autore di una meravigliosa doppietta. Il georgiano è uno dei talenti più cristallini degli ultimi anni, di quelli che non nascono tutti i giorni. In Italia invece, ci si è soffermati fin troppo sui suoi passaggi a vuoto, su un confronto esasperato con il milanista Rafael Leao, o sui suoi mal di pancia. Kvara doveva essere il centro di tutto. Viene facile comprendere che questo tipo di peso possa risultare dannoso a lungo andare. Certamente i colleghi francesi, inglesi e spagnoli non sono leggeri, ma sanno dar lustro al talento. Non è la stessa cosa in terra italiana, dove questo viene esagerato ma allo stesso tempo fatto passare per scontato, come se fosse possibile replicarlo sempre. Un meccanismo tossico che ha bloccato la crescita di diversi giovani.
Dunque, Psg-Bayern mette in luce i pregi del calcio europeo. Allo stesso modo, è un quadro che rappresenta i limiti del modello italiano, rimasto troppo ancorato al passato e accomodato sui vecchi allori. Ovvio, non ci si può scostare da principi come quello della difesa, ma bisogna proiettarli nel futuro. Serve renderli attivi, far sì che non siano utilizzati come la chiave per non prenderle, ma come un tratto distintivo, un punto di forza. Magari, un giorno verranno nuovamente premiate le formazioni più difensive, ma al momento non è così. Nell’ipotesi, bisognerà comunque assimilare questi concetti più moderni e da lì trovare una chiave. Uno scenario non impossibile, ma nel che il movimento italiano – quello più in sofferenza tra i principali al momento – appare come incapace di proporre.