Non c’è limite al peggio, viene da dire. Ieri sera il calcio italiano si è presentato in mondovisione con un’altra prova difficile da difendere.
Che la Juventus subisca una clamorosa ingiustizia è, di per sé, un fatto che fa rumore. Peccato però che a beneficiarne non sia stata una provinciale qualunque, ma una delle tre grandi che da sempre monopolizzano a turno la scena del calcio italiano. Una squadra forte, strutturata, sostenuta da una rosa di altissimo livello e da un consenso mediatico tutt’altro che marginale.
Non si indignino troppo, né al Sud né dalle parti di Vinovo: nel nostro calcio sembra spesso che il bastone del comando passi di mano ciclicamente.
I bianconeri, del resto, hanno fatto scuola su questi temi. Tornano alla mente episodi rimasti scolpiti nella memoria collettiva: il contatto Ronaldo–Iuliano, il caso Pjanić–Orsato che pesò enormemente nella corsa scudetto del Napoli di Sarri, fino al rigore procurato da Cuadrado che fece perdere la qualificazione Champions sempre agli azzurri, allora guidati da Gattuso.
L’Inter, va detto, non aveva bisogno di un aiuto così evidente: la sensazione è che avrebbe comunque vinto il titolo, forte di un organico e di un monte ingaggi senza rivali, nonostante una situazione finanziaria complessa.
Dopo le parole di Marotta, la sequenza di episodi arbitrali sfavorevoli al Napoli ha alimentato polemiche e sospetti. Troppe coincidenze, troppe decisioni discutibili. Ma anche senza quelle avversità, probabilmente, la squadra di Conte non avrebbe avuto la forza per reggere fino all’ultimo.
A maggio si festeggerà. Resta da capire con quale convinzione, almeno tra gli interisti più lucidi, quello che qualcuno ha già ribattezzato lo “scudetto di Bastoni”.
Il punto, ancora una volta, è il protocollo VAR. A cosa serve se chi è davanti ai monitor non interviene su una simulazione tanto plateale? Possibile che non si possa segnalare all’arbitro un errore così macroscopico? A che serve tenere seduti davanti ai monitor altri arbitri se non possono segnalare ad Abisso che sta cadendo come una pera cotta nella simulazione, sfacciata e indecente, di Bastoni?
Gli arbitri italiani appaiono spesso prigionieri di regolamenti, interpretazioni e gerarchie. Ma il problema non è solo tecnico: è anche di personalità, di autonomia, di capacità di assumersi responsabilità impopolari. Loro poi sono legati a doppio filo al fischietto e ai relativi benefit, succubi del sistema che dovrebbero invece combattere a suon di decisioni indipendenti e trasversali.
Se gli errori fossero davvero casuali e indipendenti dal colore della maglia, il dibattito sarebbe meno velenoso e la credibilità ne uscirebbe rafforzata.
Poi c’è l’altra componente: i giocatori.
Ieri Bastoni, difensore ruvido e abituato a giocare costantemente sul filo del regolamento, ha superato il limite. Troppo grave la simulazione, troppo diseducativa e antispotiva l’esultanza successiva. Un gesto che lascia l’amaro in bocca e che trasmette un messaggio sbagliato.
Non è certo un caso isolato nella storia recente. Buffon, figura simbolo della Nazionale, porta con sé ombre e polemiche mai del tutto sopite. Chiellini, che ieri manifestava il proprio sdegno, è stato protagonista in carriera di episodi al limite, come Bonucci, pure lui nei vertici della nazionale, per anni compagno di maglia, decisioni a favore e cartellini gialli risparmiati.
Anche Milano, sponda rossonera e nerazzurra, ha avuto i suoi interpreti emblematici: il Baresi del Milan di Berlusconi maestro del fuorigioco esasperato, perennemente con il braccio alzato una volta impossibilitato ad intervenire, oppure i compagni di Bastoni – a cui evidentemente hanno fatto buona scuola – Barella e Acerbi. Inutile andare troppo indietro nel tempo, con Mazzola (quello interista) che entrava nel camerino della terna arbitrale molto prima di Moggi & co.
Il problema, in fondo, è culturale: se ai giovani si insegna a simulare, a lucrare il fallo, a favorire in tutti i modi la sanzione all’avversario, difficilmente si migliorerà.
Le figure davvero limpide si contano sulle dita di una mano, e i moralismi di facciata – leggasi Chivu e le dichiarazioni tra una settimana e l’altra- si sciolgono rapidamente davanti alla convenienza.
Eppure le soluzioni esistono: panchine punitive, sanzioni esemplari, esclusioni temporanee anche eccellenti. Segnali forti, capaci di ristabilire un principio semplice: la lealtà sportiva non è un optional.
Basterebbe mandare per qualche domenica in panchina ad esempio Parisi, in modo che possa riflettere sulla sfacciate simulazione di sabato scorso. Oppure fare scordare per un bel po’ la maglia azzurra a chi non si è certo dimostrato un esempio di lealtà e correttezza.
Non ci sperate, alla prossima uscita degli azzurri di Gattuso, in caso di un raffreddore a Donnarumma, magari si premierà Bastoni anche con la fascia da capitano.